Se l’atto è illegittimo, la colpa della P.A. si presume (e il vigile assunto in ritardo ha diritto al risarcimento dei danni)

La sentenza 4345 del 2012 del Consiglio di Stato si occupa del risarcimento dei danni conseguenti alla emanazione di atti amministrativi illegittimi.

Nel caso in esame, un vigile urbano era stato assunto dal Comune con abnorme ritardo (12 anni), in quanto era stato escluso dal concorso perchè non possedeva 10/10 per ciascun occhio e l’esclusione era stata poi annullata dal Consiglio di Stato.

L’interessato ha proposto ricorso per ottenere il risarcimento dei danni, che il TAR ha respinto, ritenendo non provata la colpa del Comune.

Il Consiglio di Stato ribalta la sentenza del TAR, condannando il Comune al risarcimento dei danni: “Il danno risarcibile, corrispondente al complessivo trattamento economico che sarebbe spettato all’appellante, può essere quantificato, detratta una percentuale del 10 % per la mancata prestazione del servizio, come richiesto dalla parte stessa, in una somma pari quindi al 90 % delle retribuzioni che sarebbero state corrisposte nel periodo decorrente dalla data della mancata assunzione a quella dell’effettivo collocamento in servizio, con esclusione, tuttavia, di quanto a qualsiasi titolo percepito dalla parte interessata nel medesimo periodo per attività lavorative. Al riconoscimento di dette spettanze retributive si ricollega l’obbligo di regolarizzazione della posizione contributiva e previdenziale (sempre nei limiti appena precisati). Le somme come sopra determinate andranno incrementate per rivalutazione monetaria e interessi compensativi al tasso legale, questi ultimi nella misura eccedente il danno da svalutazione, da calcolarsi a partire dalla data di pubblicazione della sentenza e fino all’effettivo soddisfo. L’ammontare del danno risarcibile va determinato valutando il riflesso patrimoniale della perdita del bene per il patrimonio del danneggiato perché il legislatore quando ha voluto adottare una diversa concezione ancorata alla ” aestimatio rei ” o al valore di scambio del bene, lo ha fatto espressamente e chiaramente (art. 726, 995 e 2798 del c.c., art. 39 della l. n. 2391/1965). Gli interessi legali e rivalutazione monetaria devono essere corrisposti dalla data di maturazione del diritto fino a quella di effettivo pagamento, e vanno calcolati in applicazione degli art. 429 del c.p.c. e 150 delle disposizioni di attuazione dello stesso codice, tenendo, altresì, conto della successiva normativa che ha disciplinato la materia, con particolare riguardo all’art. 22, 36° comma, della l. n. 724/1994, nonché delle modifiche apportate all’art. 1284 del c.c. con l’art. 1 della l. n. 353/1990 e con l’art. 2, comma 185, della l. n. 662/1996. Pertanto nel caso che occupa, essendo dovute somme relative a periodo di lavoro successivo alla data del 31.12.1994, su di esse vanno corrisposti (Cons. St., A.P. 15 giugno 1998, n. 3), solo gli interessi; la rivalutazione monetaria può essere attribuita solo a titolo di maggior danno, ritenuto “in re ipsa”, solo se e nella misura in cui risulti superiore all’interesse legale. Infatti, ai sensi l’art. 16, comma 6, della l. n. 412/1991, recante disposizioni sul cumulo fra credito per interessi e rivalutazione monetaria, l’importo dovuto per interessi va portato in detrazione della somma spettante a ristoro del danno sofferto per svalutazione monetaria ( cfr. Ap. n. 6 del 1998). Ai sensi dell’art. 429 del c.p.c. gli interessi legali e la rivalutazione monetaria vanno calcolati separatamente sull’importo nominale del credito (stante la diversa funzione che detti corrispettivi accessori sono chiamati ad assolvere: nel primo caso, risarcitoria del danno da svalutazione, nel secondo, compensativa della perdita subita da chi riceve tardivamente una somma di danaro, fruttifera per definizione) e sulla somma dovuta quale rivalutazione non va calcolata rivalutazione ulteriore ma solo interessi dalla data di costituzione in mora, mentre sulla somma dovuta a titolo di interessi non vanno computati ancora né rivalutazione, né interessi non essendo stata chiesta l’applicazione dell’art. 1283 c.c.. La norma dell’art. 429, n. 3, del c.p.c. è infatti applicabile anche ai rapporti di pubblico impiego, dovendosi ritenere l’esclusione di cui all’art. 409, n. 5, del c.p.c. riferita alle sole disposizioni procedurali della l. n. 533/1977, in considerazione della diversa struttura del giudizio amministrativo, e non a quelle sostanziali, come è appunto la norma sulla rivalutazione dei crediti di lavoro, la cui “ratio” (porre remore al ritardo dell’adempimento e riequilibrare la posizione economica delle parti) non viene meno allorché datore di lavoro è un Ente pubblico. Aggiungasi che il calcolo della rivalutazione monetaria ed interessi legali dovuti dalla P.A. per il ritardato pagamento di emolumenti al proprio dipendente va effettuato prendendo come riferimento la somma dovuta al netto delle ritenute contributive ed anche delle ritenute fiscali, in quanto ciò che danneggia il creditore, e giustifica la sua pretesa agli accessori di legge, è il ritardo con il quale egli ha potuto disporre della somma netta che il debitore avrebbe dovuto mettergli a disposizione in precedenza, non avendo alcun rilievo le somme per ritenute contributive e fiscali, trattandosi di parti del credito principale delle quali egli non avrebbe mai potuto avere la disponibilità“.

Il Consiglio di Stato ha, invece, respinto l’ulteriore richiesta di risarcimento dei danni per perdita di chance: “Quanto alla ulteriore richiesta di condanna del Comune al pagamento del danno, da liquidarsi anche ricorrendo al criterio equitativo, relativo alla perdita di chance in ordine alla mancata professione verticale di carriera ed al mancato inserimento nella categoria D1, la Sezione osserva che, in tema di risarcimento del danno, quello derivante da perdita di “chance” costituisce una voce del danno patrimoniale risarcibile, qualora il danneggiato riesca a provare, pur solo in modo presuntivo o secondo un calcolo di probabilità, la sussistenza di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato e impedito dalla condotta illecita della quale il danno risarcibile deve essere conseguenza immediata e diretta. La risarcibilità della c.d. perdita di “chance” è subordinata alla prova, che il ricorrente deve fornire almeno in via presuntiva, delle circostanze di fatto certe e puntualmente allegate da cui si ricavi la ragionevole probabilità della verificazione del danno. Nel caso di specie la parte ricorrente non ha invece in concreto provato che il comportamento illecito della P.A. abbia compromesso la possibilità di conseguire un vantaggio, non avendo fornito neanche un principio di prova in ordine ad effettive e concrete occasioni favorevoli perse a causa della ritardata assunzione, limitandosi ad allegare un generico “rallentamento” alla carriera che, sebbene astrattamente intuibile, non è stato supportato neppure dalla mera indicazione dei concorsi “medio tempore” banditi ai quali la parte interessata non ha potuto partecipare, o comunque delle opportunità concrete di cui non ha potuto beneficiare a causa della mancata tempestiva assunzione. Né il danno per perdita di “chance” può essere liquidato equitativamente, atteso che la valutazione equitativa del danno, ex art. 1226 c.c., presuppone pur sempre che risulti comprovata l’esistenza di un danno risarcibile“.

E’ interessante la parte della sentenza che esamina la questione se l’interessato debba provare la colpa della P.A.: “Il T.A.R. ha ritenuto insussistente il requisito soggettivo della colpa dell’Amministrazione, senza considerare che la giurisprudenza ha affermato che tra P.A. procedente e privato il diritto al risarcimento presenta una fisionomia sui generis non riconducibile al modello aquiliano, con il corollario, con riferimento all’onere della prova, che l’atto lesivo dell’interesse del privato costituisce, nella generalità dei casi, indice presuntivo della colpa della P.A., alla quale incombe anche l’onere di provare la sussistenza di un errore scusabile (che non sussiste quando si instaura un rapporto procedurale con la P.A., che deve essere qualificato dal giusto procedimento e che richiede competenza, efficacia e conformità alle norme giuridiche).

Comunque nel caso di specie, oltre alla illegittimità del provvedimento di esclusione accertata con sentenza definitiva, sussisterebbe la colpa del Comune, sia con riguardo alla fase della gestione della procedura concorsuale che con riguardo alla fase di adozione dell’illegittimo provvedimento di esclusione della parte appellante. E’ infatti trascorso un abnorme periodo di tempo tra l’emanazione del bando di concorso e d il suo svolgimento (circa dodici anni), con l’aggravante che, essendo stato richiesto ai partecipanti il possesso di un visus naturale pari a 10/10 per ciascun occhio, la dilazione temporale avrebbe comportato l’abbassamento di detto visus originariamente posseduto.

4.- Premette la Sezione che, ai fini dell’ammissibilità della domanda di risarcimento del danno, non è sufficiente il solo annullamento del provvedimento lesivo, ma è altresì necessario che sia configurabile la sussistenza dell’elemento soggettivo della colpa, dovendo quindi verificarsi se l’adozione e l’esecuzione dell’atto impugnato sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona fede alle quali l’esercizio della funzione pubblica deve costantemente attenersi; segue da ciò che in sede di accertamento della responsabilità della P.A. per danno a privati, il G.A., in conformità ai principi enunciati nella materia anche dal Giudice comunitario, può affermare detta responsabilità quando la violazione risulti grave e commessa in un contesto di circostanze di fatto e in un quadro di riferimenti normativi e giuridici tali da palesare la negligenza e l’imperizia dell’organo nell’assunzione del provvedimento viziato; può, invece, negarla quando l’indagine conduce al riconoscimento dell’errore scusabile (per la sussistenza di contrasti giudiziari, per l’incertezza del quadro normativo di riferimento o per la complessità della situazione di fatto).

Pertanto in sede di giudizio per il risarcimento del danno derivante da provvedimento amministrativo illegittimo, il privato danneggiato può limitarsi ad invocare l’illegittimità dell’atto quale indice presuntivo della colpa, restando a carico dell’Amministrazione l’onere di dimostrare che si è trattato di un errore scusabile (Consiglio Stato, sez. V, 26 maggio 2010, n. 3367). Nel caso che occupa l’Amministrazione non ha fornito la prova che la illegittimità del proprio comportamento sia giustificata da errore scusabile“.

sentenza CDS 4345 del 2012.pdf

Se l’atto è illegittimo, la colpa della P.A. si presume (e il vigile assunto in ritardo ha diritto al risarcimento dei danni)ultima modifica: 2012-08-06T06:05:00+00:00da venetoius
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