L’applicazione diretta della convenzione europea dei diritti dell’uomo seppellisce definitivamente l’accessione invertita

Il TAR del Lazio ha applicato in materia di espropri il principio in forza del quale i diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, sono automaticamente ed immediatamente applicabili al diritto interno degli stati membri.

In particolare, il TAR, in diretta applicazione della CEDU, ha ritenuto di dovere disapplicare l’art. 57 del TUE (testo unico espropri), se interpretato nel senso che esso stabilisse che l’art. 43 del TUE non si applica alle occupazioni illecite di terreni privati avvenute prima dell’entrata in vigore del TUE. In altri termini, il TAR ha definitivamente seppellito l’istituto della c.d. “accessione invertita”, in forza del quale la P.A. diveniva proprietaria dei terreni occupati illecitamente, pagando valori  ridotti.

 

Per comprendere la rilevante portata di questa sentenza può essere utile leggere in questo blog il post datato 3 marzo 2010, intitolato “Giustizia illusoria e Giustizia effettiva”, in cui si cita la decisione del Consiglio di Stato n. 1220 del 2010, che per prima ha fatto applicazione diretta della CEDU, come legge interna anche in Italia.

 

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Bis) con la sentenza n. 11984/2010, nel pronunciarsi su una questione di “accessione invertita” in relazione all’applicazione del Testo Unico degli Espropri, ha ritenuto immediatamente applicabile la Convenzione Europea sui diritti dell’uomo e, conseguentemente, la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (CEDU), senza bisogno di una previa pronuncia della Corte Costituzionale (sulla illegittimità dell’art. 57 del TUE).

 

Con la sentenza n. 349/2007 la Corte Costituzionale aveva infatti ritenuto che le disposizioni della CEDU, in mancanza di una specifica previsione costituzionale, acquistassero nell’ordinamento interno il rango della legge ordinaria che aveva reso esecutiva la Convenzione; a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione e della riformulazione dell’art. 117, primo comma, la Corte ha ritenuto che l’ingresso delle norme CEDU nel diritto interno avvenisse sulla scorta dell’art. 117 Cost., con la conseguenza che la norma nazionale incompatibile con la norma della CEDU, e dunque con gli “obblighi internazionali” di cui all’art. 117, primo comma, Cost., violasse per ciò stesso il nuovo parametro costituzionale.

 

Secondo la Corte Costituzionale, con l’art. 117, primo comma, si è realizzato, in definitiva, un rinvio mobile alla norma convenzionale di volta in volta conferente, che dà vita e contenuto a quegli obblighi internazionali genericamente evocati. Ne consegue l’obbligo del giudice di procedere ad una interpretazione “convenzionalmente” orientata o, comunque, ad una interpretazione “bilanciata” tra conformità a Costituzione e conformità a Convenzione. Pertanto, al giudice nazionale spetta interpretare la norma interna in modo conforme alla disposizione internazionale, entro i limiti nei quali ciò sia permesso dai testi delle norme. Qualora ciò non sia possibile, ovvero dubiti della compatibilità della norma interna con la disposizione convenzionale interposta, egli dovrà investire la Corte Costituzionale della relativa questione di legittimità costituzionale rispetto al parametro dell’art. 117, primo comma.

 

Ebbene, a giudizio del TAR Lazio, la questione giuridica in esame appare destinata a nuovi e ancor più incisivi sviluppi a seguito dell’entrata in vigore, lo scorso 1° dicembre 2009, del Trattato di Lisbona firmato nella capitale portoghese il 13 dicembre 2007 dai rappresentanti dei 27 Stati membri, che modifica il Trattato sull’Unione Europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea.

 

Infatti, fra le più rilevanti novità correlate all’entrata in vigore del Trattato, vi è l’adesione dell’Unione alla CEDU, con la modifica dell’art. 6 del Trattato che nella vecchia formulazione conteneva un riferimento “mediato” alla Carta dei diritti fondamentali, affermando che l’Unione rispetta i diritti fondamentali quali sono garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, e quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri, in quanto principi del diritto comunitario.

 

Nella nuova formulazione dell’art. 6, viceversa, secondo il comma 2 “l’Unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” e, secondo il comma 3, “i diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell”uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali“.

 

Il riconoscimento dei diritti fondamentali sanciti dalla CEDU come principi interni al diritto dell’Unione, osserva il Collegio, ha immediate conseguenze di assoluto rilievo, in quanto le norme della Convenzione divengono immediatamente operanti negli ordinamenti nazionali degli Stati membri dell’Unione, e quindi nel nostro ordinamento nazionale, in forza del diritto comunitario, e quindi in Italia ai sensi dell’art. 11 della Costituzione, venendo in tal modo in rilevo l’ampia e decennale evoluzione giurisprudenziale che ha, infine, portato all’obbligo, per il giudice nazionale, di interpretare le norme nazionali in conformità al diritto comunitario, ovvero di procedere in via immediata e diretta alla loro disapplicazione in favore del diritto comunitario, previa eventuale pronuncia del giudice comunitario, ma senza dover transitare per il filtro dell’accertamento della loro incostituzionalità sul piano interno.

 

Secondo la citata sentenza n. 349/2007 della Corte Costituzionale, l’esatta ed uniforme applicazione delle norme in esame è garantita dall’interpretazione centralizzata della CEDU attribuita alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, cui spetta la parola ultima e la cui competenza si estende a tutte le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi protocolli.

 

Si aprono quindi inedite prospettive per la interpretazione conformativa, ovvero per la possibile disapplicazione, da parte di questo giudice nazionale, delle norme nazionali, statali o regionali, che evidenzino un contrasto con i diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, a maggior ragione quando, come in questo caso, la Corte di Strasburgo sia già pronunciata sulla questione. E se le predette considerazioni sono esatte, ciò potrà avvenire in via generale per tutti i diritti fondamentali sanciti dalla Convenzione, e non più, come è finora avvenuto, solo nei casi in cui un diritto fondamentale della Convenzione abbia acquisito una specifica rilevanza nel diritto dell’Unione mediante il recepimento in una norma comunitaria, ovvero mediate il suo impiego, quale principio generale, in una decisione della Corte di Lussemburgo.

 

Si ricorda infatti come l’art. 1 – Protezione della proprietà – del protocollo 1 addizionale alla convenzione europea per la difesa dei diritti dell’uomo, oltre a consacrare la tutela dell’individuo da ingerenze arbitrarie nel diritto patrimoniale, racchiude tre norme, che per quanto possano essere distinte, sono strettamente legate:

a) Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni;

b) Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di utilità pubblica e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale;

c) Le disposizioni precedenti non pregiudicano il diritto degli Stati di mettere in vigore le leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale o per assicurare il pagamento delle imposte o di altri contributi o delle ammende.

La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), sulla base dei ricorsi che le sono stati sottoposti, ha affermato che qualunque bene, di natura materiale, ma anche immateriale, che possa essere suscettibile di una valutazione economica, costituisce un bene tutelabile ai sensi della disposizione sopra citata.

La Corte ha quindi deciso che un’espropriazione priva di un indennizzo ragionevole in rapporto al valore del bene costituisce normalmente per il singolo individuo una privazione eccessiva e sproporzionata rispetto al fine pubblico perseguito (Causa Lithgow e altri c. Regno Unito, 8.07.1986).

Con una risolutiva sentenza del 29 marzo 2006 (CEDU, Scordino c. Italia sentenza 29 marzo 2006), la Corte Europea dei Diritti Umani ha chiarito che l’art. 1 del I° Protocollo Addizionale ammette la possibilità di accordare un indennizzo inferiore al valore di mercato del bene espropriato soltanto in casi eccezionali, come in caso di espropriazioni orientate ad attuare generali riforme politiche, economiche e sociali, ma non anche in caso di singole espropriazioni finalizzate alla realizzazione di particolari opere pubbliche.

 

 

TAR_Lazio-_11984-2010.pdf

 

L’applicazione diretta della convenzione europea dei diritti dell’uomo seppellisce definitivamente l’accessione invertitaultima modifica: 2010-07-05T08:39:00+02:00da venetoius
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