I criteri della Corte d’Appello di Venezia per indennizzare i vincoli reiterati: ma così è indennizzo o risarcimento?

Con la sentenza n. 848/2011 depositata in cancelleria il giorno 08.04.2011, la Corte di Appello di Venezia ha condannato il Comune di Verona a pagare un indennizzo di euro 420.000,00 al proprietario di un fondo che era stato assoggettato a vincoli espropriativi, decaduti e successivamente reiterati.

La questione è purtroppo nota a molti comuni italiani che si trovano a fare i conti con le conseguenze di una scelta molto diffusa negli scorsi decenni e sta, ora, creando non pochi danni alle già asfittiche casse comunali.

Il problema è nato quando, con la sentenza della Corte Costituzionale n. 179/1999, è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 7, numeri 2, 3 e 4, e 40 della legge 17 agosto 1942, n. 1150 (Legge urbanistica) e 2, primo comma, della legge 19 novembre 1968, n. 1187 (Modifiche ed integrazioni alla legge urbanistica 17 agosto 1942, n. 1150), così determinando un obbligo di indennizzo a carico dell’Amministrazione nel caso di reiterazione dei vincoli urbanistici scaduti, preordinati all’espropriazione o che comportino l’inedificabilità.

Nelle motivazioni della sentenza, con riferimento al problema di individuazione concreta dei criteri per la determinazione dell’indennizzo, la Corte aveva anche precisato:

Neppure si può ottenere in questa sede un completo adeguamento alla legalità costituzionale mediante una pronuncia che provveda a fissare i criteri per la concreta liquidazione del quantum dell’indennizzo nei casi sopra specificati.

Per la determinazione concreta dell’indennizzo in conseguenza della reiterazione di vincoli urbanistici esistono molteplici variabili, che non possono essere definite in sede di verifica di legittimità costituzionale con una sentenza additiva, in quanto detto indennizzo non è, nella quasi totalità dei casi (in ciò sta la netta differenza rispetto alla diversa – anche per natura – indennità di esproprio), rapportabile a perdita di proprietà. Né può essere utilizzato un criterio di liquidazione ragguagliato esclusivamente al valore dell’immobile, in quanto il sacrificio subito consiste, nella maggior parte dei casi, in una diminuzione di valore di scambio o di utilizzabilità. Inoltre l’indennizzo per il protrarsi del vincolo è un ristoro (non necessariamente integrale o equivalente al sacrificio, ma neppure simbolico) per una serie di pregiudizi, che si possono verificare a danno del titolare del bene immobile colpito, e deve essere commisurato o al mancato uso normale del bene, ovvero alla riduzione di utilizzazione, ovvero alla diminuzione di prezzo di mercato (locativo o di scambio) rispetto alla situazione giuridica antecedente alla pianificazione che ha imposto il vincolo.

Alla luce delle considerazioni che precedono, deve essere dichiarata la illegittimità costituzionale non dell’intero complesso normativo che consente la reiterazione dei vincoli, ma esclusivamente della mancata previsione di indennizzo in tutti i casi di permanenza del vincolo urbanistico (preordinato all’espropriazione o comportante l’assoluta inedificabilità) oltre i limiti di durata fissati dal legislatore (quali indici di ordinaria sopportabilità da parte dei singoli), ove non risulti in modo inequivocabile l’inizio della procedura espropriativa. Con la conseguenza che la reiterazione del vincolo deve comportare la previsione di indennizzo nei sensi suindicati, restando al legislatore ogni possibilità di intervento, anche attraverso procedure semplificate, per la concreta liquidazione dell’indennizzo stesso”.

Dunque, la Corte Costituzionale, nell’individuare l’obbligo di corresponsione dell’indennizzo, aveva demandato al legislatore il compito di individuare i criteri per la sua determinazione, ritenendo di non potervi provvedere in via diretta.

Il legislatore, nel recepire il nuovo indirizzo giurisprudenziale, ha in effetti previsto, nell’art. 39 del DPR 327/2001, che in caso di reiterazione di un vincolo preordinato all’esproprio o di un vincolo sostanzialmente espropriativo “è dovuta al proprietario una indennità”, ma nel determinarne l’entità non si è andati oltre ad un insufficiente “commisurata all’entità del danno effettivamente prodotto”.

Ora è chiaro che una simile generica espressione lascia aperte molteplici possibilità interpretative, ma alcuni punti fermi si possono comunque individuare. La prima, e la più banale, è che per determinare l’indennizzo devo prima individuare (se c’è) qual è il danno. Una volta individuato e quantificato il danno, l’indennizzo ne costituirà una parte “commisurata”, cioè proporzionata all’entità del danno stesso.

E’ escluso, quindi, anche per stessa definizione terminologica, che l’indennizzo e danno possano corrispondere integralmente, non giustificandosi altrimenti la loro distinzione. 

Del resto, anche sotto un profilo strettamente giuridico, un istituto è il “risarcimento del danno” e altro è l’”indennizzo”.

Mentre il risarcimento comporta per il responsabile l’obbligo del ristoro totale dei danni accertati, l’indennizzo, rappresenta una somma che, erogata a titolo forfettario e nel rispetto del più alto interesse della collettività, viene determinata in modo discrezionale dall’amministrazione pubblica. In tal senso, oltre alla già citata sentenza della Corte Costituzionale n. 179/1999, si veda anche la sentenza n. 369/1996, nonché le numerose sentenze della Cassazione civile tra cui cass. civ., sez. I, 15.10.2003, n. 15471, cass. civ., sez. I, 09.01.2004, n. 117, cass. civ., sez. I, 25.02.2004, n. 3740, cass. civ., sez. I, 19.03.2004, n. 5560, cass. civ., sez. I, 04.06.2004, n. 10634, cass. civ., sez. I, 09.06.2004, n. 10889, tutte concordi nel ritenere che il giusto indennizzo si fonda su un titolo diverso rispetto all’illecita occupazione appropriativa posta in essere dalla pubblica amministrazione, atto che giustifica il risarcimento del danno per la perdita della proprietà del bene, e non ha pertanto finalità risarcitoria bensì di mero ristoro per la limitata disponibilità del bene che rimane di proprietà.

Ebbene, tornando ora alla sentenza della Corte di Appello citata in apertura, non sembra che i Giudici veneziani abbiano tenuto in gran conto quanto fin qui esposto, dato che, dalla difficile lettura delle sentenza (essendo stata scritta a mano, la motivazione è in alcuni punti difficilmente intellegibile) emerge che “il danno subito dagli attori, ed indennizzabile, ai sensi del criterio fissato dalla Corte Costituzionale e recepito dal legislatore” dovrà essere calcolato sulla base della differenza algebrica “tra il valore del terreno valutato come edificabile (…) ed il valore dello stesso una volta assoggettato al vincolo finalizzato all’esproprio”.  

In soldoni, se il terreno valeva 100 prima dell’apposizione del vincolo e ne vale 80 dopo, allora la differenza di 20 è l’indennizzo che spetta al proprietario. Ma se 20 è l’indennizzo, il danno qual è?

A noi sembra che nel ragionamento ci sia qualcosa che non torna nel giusto verso e che così facendo si finisca per svuotare di significato non solo la sentenza della Corte Costituzione (pur richiamata nella motivazione della sentenza e anzi sulla stessa basata), ma anche la natura stessa della distinzione tra indennizzo e risarcimento.

 Avv. Vasco Meneguzzo

sentenza 848 del 2011 Corte Appello Venezia.pdf

 

I criteri della Corte d’Appello di Venezia per indennizzare i vincoli reiterati: ma così è indennizzo o risarcimento?ultima modifica: 2011-10-21T06:00:00+02:00da venetoius
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Un pensiero su “I criteri della Corte d’Appello di Venezia per indennizzare i vincoli reiterati: ma così è indennizzo o risarcimento?

  1. CARISSIMI AMICI, era l’ora, posso affermare anche io che “… ci sarà pure un giudice a Berlino”!Non è possibile che alle Amministrazioni Pubbliche in nome dell’interesse pubblico sia tutto concesso a scapito del singolo il quale talvolta subisce irreparabilmente torti e soprusi!Ben venga dunque questa sentenza anche se parzialmente risarcitoria nei confronti del privato. Le Pubbliche Amministrazioni con l’abuso sistematico del cosiddetto “vincolo conformativo”, hanno trovato compiacenza persino anche presso quei tribunali amministrativi (TAR e Consiglio di Stato) che un minimo “terzisti” avrebbero dovuto essere. Ma i nostri eroi con regolarità allarmante si prestano ad avallare con teoremi giuridici degni di un paese terzomondista, vincoli chiaramente espropriativi “come conformativi”, creando dei danni anche a livello sociale indegni di un paese civile. Cerchiamo dunque di immettere alcuni anticorpi ( e questa sentenza parzialmente lo fà…)anche in coloro che potranno diventare in un prossimo futuro progettisti e urbanisti capaci, e che quando vanno ad occuparsi di pianificazione del territorio per conto di specifici Enti Pubblici lo facciano realmente, con onestà intelletuale, capacità ed onesta cultura urbanistica, con responsabilità e rispetto verso il privato, avendo bene in mente sì il bene collettivo, ma che questo non deve essere realizzato a scapito dei diritti e della proprietà privata e/o del singolo. Questo ci insegnano i nostri padri costituenti, e questo deve essere il faro che illumina la seria e onesta politica e la conseguente amministrazione.Veniamo al quesito dell’avvocato Meneguzzo a proposito della sentenza n.848/2011 della Corte di Appello di Venezia. Egli si chiede: “In soldoni, se il terreno o l’area valeva 100 prima dell’apposizione del vincolo e ne vale 80 dopo, allora la differenza di 20 è l’indennizzo che spetta al proprietario. Ma se 20 è l’indennizzo, il danno qual è”?Io mi permetto di suggerire questo: a mio avviso il vero danno concreto e reale perpetrato ingiustamente dalla P.A. è non aver espriopriato nel quinquiennio previsto a prezzo di mercato (100) l’area privata (ammesso che sia ben individuato il corretto e veritiero valore e prezzo di mercato). Se viene pagato 20 a titolo di indennizzo per reiterazione del vincolo espropriativo, il danno al proprietario dell’area vincolata è e rimane 80 (100-20=80 valore area con apposizione del vincolo, ammesso che 80 sia il valore di mercato giusto e reale dell’area). E’ perfettamente inutile che l’area rimanga intestata quindi di proprietà nominale al privato! L’area è di fatto di proprietà pubblica, invendibile ed incollocabile sul mercato dei beni immobili proprio perchè ha subìto in concreto una classica e raffinatissima ma totalmente ingiusta espropriazione di valore! Quindi quando un’area è gravata da un qualsiasi vincolo espropriativo il valore di mercato del bene risulta essere completamente azzerato o comunque simbolico.Di più. Dovrebbe essere scontato e ben intuibile da chi è dotato di un minimo di capacità di ragionamento, di logica ed onestà intellettuale, che quando un’area viene vincolata con apposito provvedimento sostanzialmente espropriativo, essa esce di fatto dal mercato della compravendita, dal libero scambio dei beni, anche se taluna ridicola ed ingiusta giurisprudenza vuol far credere il contrario. Ma chi sarebbe mai quel matto che comprerebbe un’area sottoposta ad esproprio? Chi avrebbe mai il coraggio di iniziare annosi iter burocratici, ed investire tempo, risorse anche umane ed aziendali, dare corso a progettazioni, indagini e analisi tecniche, economico-finanziarie, naturalistiche, e quindi ad esborsare anche ingenti somme di denaro per sviluppare qualunque attività, sia essa di valorizzazione agricola, naturalistica, paesaggistica, edificatoria privata o pubblica o altro ancora ben sapendo che in qualunque momento un Ente Pubblico può vanificare il tutto con un esprorpio e addirittura con un decreto di occupazione d’urgenza? Si è vero verrà tutto risarcito…come no! Le leggi e le sentenze ci insegnano che lo Stato quando espropria non tutto risarcisce! Io, nella mia vita anche professionale, non ho mai conosciuto nessuno dico nessuno, che ha subito un esproprio e che è rimasto contento e in armonia con la Pubblica Amministrazione! Nei migliori dei casi vi sono state transazioni con concessioni comunque dolorose…In qualunque caso, nelle diatribe espropriative il privato in un modo e nell’altro è risultato essere, da sempre, sacrificato, altro che novelle! Buon lavoro a tutti.

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