Chi tocca i servizi pubblici locali muore

Sembra che la materia dei servizi pubblici locali sia veramente esplosiva. Da oltre dieci anni, tra continue riforme, referendum, e ora sentenze della Corte costituzionale, non si riesce ad avere una disciplina stabile, in un settore economicamente e socialmente cruciale.

Riassumendo solo le ultime tappe:

1)      c’era l’articolo 23-bis del D.L. 112/2008 (il c.d. “decreto Ronchi”) che aveva fatto una scelta dirompente e molto discussa: delle tre modalità consolidate – anche nella disciplina comunitaria – per l’affidamento della gestione dei servizi pubblici locali (gara + affidamento a società partecipata in cui la scelta del socio avvenga con la c.d. gara “a doppio oggetto”, riguardante cioè contestualmente la qualità di socio e l’attribuzione di specifici compiti operativi + affidamento diretto a società aventi le caratteristiche proprie delle società in house) l’affidamento in house veniva molto penalizzato e limitato, a vantaggio dei sistemi di affidamento concorrenziale; quell’articolo prevedeva anche altre cose tra cui un regime di progressiva decadenza temporale degli affidamenti non avvenuti con sistemi concorrenziali e il “comma 9”, quello che prevedeva a carico delle società (non solo quelle pubbliche) titolari di affidamenti diretti preclusioni all’assunzione di ulteriori affidamenti, anche tramite gara (sul presupposto di potere esse godere di un vantaggio concorrenziale derivante dall’affidamento diretto);

2)      è poi arrivato il Regolamento attuativo dello stesso articolo 23-bis (D.P.R. 168/2010) che tra le varie cose ha aperto anche un altro fronte, quello che viene indicato sinteticamente come la “concorrenza nel mercato”, imponendo cioè agli enti locali una valutazione preliminare su quali fossero i servizi “liberalizzabili” e quali invece meritassero il mantenimento di “diritti di esclusiva” per procedere poi solo rispetto a questi ultimi ad applicare i predetti meccanismi concorrenziali per l’affidamento della gestione (la c.d. “concorrenza per il mercato”); tra le innovazioni del Regolamento poi, ce n’era un’altra di rilevante, quella che sottoponeva anche le società in house alle regole del Patto di stabilità interno (poi fatta fuori dalla Corte costituzionale ma solo in quanto non introducibile con fonte regolamentare);

3)      di seguito ancora è arrivato il Referendum chiamato mediaticamente “contro la privatizzazione dell’acqua”, in realtà avente ad oggetto l’intero articolo 23-bis (il quale – a parte i servizi pubblici disciplinati da norme settoriali, come gas, servizi elettrici e altri – copriva di sicuro quantomeno il servizio idrico e i rifiuti, e verosimilmente i trasporti pubblici locali); la Corte Costituzionale, che si basa sulle carte e non su quello che declamano i referendari, ha ammesso il quesito referendario con una sentenza ineccepibile (sentenza n. 24/2011);

4)      il referendum abrogativo, che è uno strumento per definizione radicale, a giudizio di molti ha avuto l’effetto (come si dice) di buttare il bambino con l’acqua sporca;

5)      cosicchè il Governo (nel pieno della drammatica crisi economica dell’estate 2011 – e ritenendolo necessario per rendere il mercato dei servizi pubblici più concorrenziale e garantire maggiore sviluppo economico – ma solo pochi giorni dopo la formalizzazione dell’esito referendario con il D.P.R. 18/07/2011 n 113) con l’art. 4 del D.L. 13/8/2011 n. 138 ha:
– reintrodotto tutto il contenuto dell’art. 23-bis, con la sola esclusione del servizio idrico (in supposta adesione e rispetto del referendum “contro la privatizzazione dell’acqua”);          
– reintrodotto (“promuovendolo” a fonte legislativa) il contenuto del regolamento di attuazione del 23-bis.     
Con successive modifiche intervenute nella svariante manovre economiche urgenti dell’ultimo anno questo complesso normativo è stato ancor più irrigidito, con limitazioni sempre più pressanti alle gestioni in house e con vari strumenti anche incentivanti di apertura dei servizi pubblici locali al mercato.

6)      da ultimo è arrivata la sentenza della Corte Costituzionale n. 199 del 20/7/2012, che ha dichiarato  l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 sia nel testo originario che in quello risultante dalle successive modificazioni” ritenendole (come in effetti sono) meramente riproduttive delle disposizioni abrogate dal referendum: si legge infatti nella sentenza: “nonostante l’esclusione dall’ambito di applicazione della nuova disciplina del servizio idrico integrato, risulta evidente l’analogia, talora la coincidenza, della disciplina contenuta nell’art. 4 rispetto a quella dell’abrogato art. 23-bis del d.l. n. 112 del 2008 e l’identità della ratio ispiratrice. Le poche novità introdotte dall’art. 4 accentuano, infatti, la drastica riduzione delle ipotesi di affidamenti diretti dei servizi pubblici locali che la consultazione referendaria aveva inteso escludere. Tenuto, poi, conto del fatto che l’intento abrogativo espresso con il referendum riguardava «pressoché tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica» (sentenza n. 24 del 2011) ai quali era rivolto l’art. 23-bis, non può ritenersi che l’esclusione del servizio idrico integrato dal novero dei servizi pubblici locali ai quali una simile disciplina si applica sia satisfattiva della volontà espressa attraverso la consultazione popolare, con la conseguenza che la norma oggi all’esame costituisce, sostanzialmente, la reintroduzione della disciplina abrogata con il referendum del 12 e 13 giugno 2011.

Alcune veloci domande e considerazioni:

1)      la prima è di una curiosità politico-costituzionaleche si può porre in questi termini: “perché queste norme sì, e il finanziamento pubblico ai partiti (o altri simili casi) no?”. Cioè in che termini e su quali presupposti un esito referendario viene più o meno tutelato?
Nelle ultime righe della sentenza c’è la risposta giurisprudenzialmente ineccepibile della Corte, che in senso atecnico può essere riassunta così: perché in questo caso le norme riprodotte sono praticamente identiche, e sono state riscritte solo pochi giorni dopo, senza “alcun mutamento né del quadro politico, né delle circostanze di fatto, tale da giustificare un simile effetto”;

2)      la seconda riguarda il bambino e l’acqua sporca; l’impressione è che nel meccanismo referendario (e oggi nell’abrogazione ad opera della Corte che ne ha tutelato l’esito) siano finite anche norme utili e che comunque non contrastavano in sé e per sé con le finalità delle iniziative referendarie:    
– i commi da 1 a 4 prevedevano la previa verifica di quali settori potessero essere liberalizzati e quali meritassero (come il servizio idrico, ovviamente, e altri) il mantenimento di diritti di esclusiva;    
– il comma 14 dell’art. 4 prevedeva l’assoggettamento delle società in house affidatarie di servizi pubblici locali al patto di stabilità;         
 – il comma 15 prevedeva l’obbligo per le società in house affidatarie di servizi pubblici locali di applicare il codice dei contratti pubblici per l’acquisto dei propri beni e servizi (ma in questo caso si trattava di una norma riproduttiva di altre già previste nell’ordinamento);      
– il comma 17 prevedeva l’obbligo per le società in house affidatarie di servizi pubblici locali di dotarsi di meccanismi di reclutamento del personale rispettosi dei principi validi per i dipendenti delle pubbliche amministrazioni;  
– i commi da 19 a 27 prevedevano una serie di limiti e incompatibilità per gli amministratori delle società pubblica affidatarie di servizi pubblici locali;    
– il comma 33 (riproducendo il comma 9 del 23-bis) prevedeva delle limitazioni alle società in house di andare ad assumere affidamenti anche con gara lontano dall’house propria;

3) la terza è di nuovo politico-costituzionale: la Corte Costituzionale ovviamente non ha alcuna colpa, ha fatto il suo mestiere ammettendo allora il referendum (non essendo nei poteri della Corte evidenziare che si trattava di un referendum con un contenuto e degli effetti molto più vasti di quelli per i quali era reclamizzato), ed eliminando ora quelle norme troppo smaccatamente lesive dell’esito referendario.

Avv. Giovanni Sala di Vicenza                                      

Corte Costituzionale_sentenza_199_2012.pdf

Chi tocca i servizi pubblici locali muoreultima modifica: 2012-07-23T18:47:00+02:00da venetoius
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